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sabato 19 gennaio 2013

IL GATTO INVERNO

Ai vetri della scuola stamattina
l'inverno strofina
la sua schiena nuvolosa
come un vecchio gatto grigio:
con la nebbia fa i giochi di prestigio,
le case fa sparire
e ricomparire;
con le zampe di neve imbianca il suolo
e per coda ha un ghiacciuolo...
Sì, signora maestra,
mi sono un po' distratto:
ma per forza, con quel gatto,
con l'inverno alla finestra
che mi ruba i pensieri
e se li porta in slitta
per allegri sentieri.
Invano io li richiamo:
si saranno impigliati in qualche ramo
spoglio;
o per dolce imbroglio, chiotti, chiotti,
fingon d'esser merli e passerotti.


GIANNI RODARI

sabato 10 novembre 2012

LA SETTIMANA - Gianni RODARI


Il lunedi promette,
il martedi si mette.
Mercoledi s’ arresta,
il giovedi fa festa,
il venerdi è malato,
il sabato è inpegnato,
domenica passa il di
e sempre fa cosi.

MICHELACCIO - Giovanni ARPINO

Voglia di lavorar saltami addosso
però non consumarmi fino all’osso

Voglia di lavorar saltami in testa
ma moltiplicami i giorni della festa

Voglia di lavorar saltami in braccio
ma non ridurmi mai come uno straccio

Voglia di lavorar saltami al collo
ma non spennarmi nudo come un pollo

Voglia di lavorar saltami al naso
però di rado, però quasi per caso

Voglia di lavorar saltami agli occhi
ma non strapparmi in mille e mille tocchi

Voglia di lavorar non starmi intorno
lasciami dormire tutto il giorno

Voglia di lavorar batti il martello
ma non chiedere aiuto al mio cervello

Voglia di lavorar, cara signora
Ho avuto gran pazienza sino ad ora

Voglia di lavorar non s’ offenda
mi lasci solo con la mia merenda…

Che posso farci se io son nato stanco,
pigro, tranquillo, e subito mi sfianco?
Mi chiaman Michelaccio, perché dormo
Seduto e in piedi, sera notte e giorno.
Quando mi corico sogno difilato
Ventitremila sogni colorati.

Non corro, io, non faccio.Non mi muovo.
Non cerco. Non mi agito. Non trovo.
Son milioni le gambe a questo mondo
che corrono in tremendo girotondo:
le vedo e dico: e se cascano in un fosso?
Voglia di lavorar saltami addosso…


domenica 21 ottobre 2012

DOPO LA PIOGGIA



"Dopo la pioggia viene il sereno,
brilla in cielo l'arcobaleno:
è come un ponte imbandierato
e il sole vi passa, festeggiato.
E' bello guardare a naso in su

le sue bandiere rosse e blu.
Però lo si vede - questo è il male -
soltanto dopo il temporale.
Non sarebbe più conveniente
il temporale non farlo per niente?
Un arcobaleno senza tempesta,
questa sì che sarebbe una festa.
Sarebbe una festa per tutta la terra
fare la pace prima della guerra."

Gianni Rodari

lunedì 23 aprile 2012





Solo per oggi, e domani ancora…
Alzati presto. Fai un sorriso
Lascia andare i sensi di colpa,
non guardarti indietro.
Fai un piano, credi in te stesso.
Goditi cio’ che sei. Accetta la tua umanità.
Chiedi aiuto, e accetta cio’ che gli altri hanno da darti.
Ringrazia.
Cambia, senza indugio e con coraggio.
Accetta cio’ che non puoi cambiare.
Sii paziente.
Mantieni le promesse, quelle del tuo cuore.
Non indugiare sul passato.
Vivi con amore ogni momento.
Costruisci un domani migliore.
Apri il tuo cuore, esplora la tua anima.
Ricorda, i miracoli accadono.
Sorridi.

Stephen Littleword

mercoledì 14 dicembre 2011




Lo zampognaro
Se comandasse lo zampognaro
Che scende per il viale,
sai che cosa direbbe
il giorno di Natale? “Voglio che in ogni casa
spunti dal pavimento
un albero fiorito
di stelle d'oro e d'argento”. Se comandasse il passero
Che sulla neve zampetta,
sai che cosa direbbe
con la voce che cinguetta?
“Voglio che i bimbi trovino,
quando il lume sarà acceso
tutti i doni sognati
più uno, per buon peso”. Se comandasse il pastore
Del presepe di cartone
Sai che legge farebbe
Firmandola col lungo bastone? “Voglio che oggi non pianga
nel mondo un solo bambino,
che abbiano lo stesso sorriso
il bianco, il moro, il giallino”. Sapete che cosa vi dico
Io che non comando niente?
Tutte queste belle cose
Accadranno facilmente; se ci diamo la mano
i miracoli si faranno
e il giorno di Natale
durerà tutto l'anno.

mercoledì 9 novembre 2011

SUI FIGLI - GIBRAN IL PROFETA


E una donna che aveva al petto un bambino disse: Parlaci dei Figli.
Ed egli disse:
I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie che la Brama della vita ha di sé.
Essi non provengono da voi, ma per tramite vostro,
e benché stiano con voi non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri,
perché essi hanno i propri pensieri.
Potete alloggiare i loro corpi ma non le loro anime,
perché le loro anime abitano nella casa del domani,
che voi non potete visitare,
neppure in sogno.
Potete sforzarvi d'esser simili a loro, ma non cercate di renderli simili a voi.
Perché la vita non procede a ritroso e non perde tempo con ieri.
Voi siete gli archi dai quali i vostri figli sono lanciati come frecce viventi.
L'Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell'infinito,
e con la Sua forza vi tende affinché le Sue frecce vadano rapide e lontane.
Fatevi tendere con gioia dalla mano dell'Arciere;
perché se Egli ama la freccia che vola, ama ugualmente l'arco che sta saldo.


K. GIBRAN - Il Profeta

lunedì 7 novembre 2011

Proposta di ricetta per un anno intero










Si prendano dodici mesi,
si puliscano per bene dall’Angoscia,
dall’Amarezza, dall’Avarizia e dalla Pedanteria...
e si spezzetti, ogni mese, in trenta o trentun parti,
sicché la quantità sia sufficiente
proprio per un Anno.

Ogni giorno venga condito, ad uno ad uno,
con una parte di Lavoro
e due di Gaiezza e Buonumore.

Si aggiungano tre grandi cucchiai colmi di Ottimismo,
un cucchiaino da tè di Tolleranza ed un pizzico d’Ironia
ed una presa di Tatto.
A tutto sia poi abbondantemente innaffiato d’Amore!

Si decori infine il piatto con mazzetti di Piccole Attenzioni
e lo si serva, ogni giorno, con Letizia.

Catharina Elisabeth Goethe. 1731-1808
(madre di W.F. Goethe)

sabato 2 luglio 2011

ESTATE




Ardono i seminati,
scricchiola il grano,
insetti azzurri cercano ombra,
toccano il fresco.
E a sera
salgono mille stelle fresche
verso il cielo cupo.
Son lucciole vagabonde.
crepita senza bruciare
la notte dell'estate.

PABLO NERUDA

giovedì 19 maggio 2011

A MIO PADRE - G. Cirilli e M. Perrone






A MIO PADRE

di Gabriele Cirilli e Marco Perrone

Papà
mi piacerebbe venirti a trovare.

Mi piacerebbe stare un po' vicino a te mentre fai la "Settimana enigmistica".
Ti ricordi quando facevamo a gara a chi la leggeva per primo? Avevo dieci anni. Tu la compravi e io te la rubavo!
Bruciavo dalla frenesia di aprirla alla pagina "mia" per fare l'unico gioco che sapevo fare: unire tutti i puntini e scoprire la figura della settimana. Io, prima che lo facessi tu.

Poi col tempo mi hai spiegato le parole crociate, tutte quelle definizioni, le orizzontali, le verticali…
E lì e' nata la mia prima illusione: il pensiero che la vita può essere un incastro perfetto, dove ogni cosa ha il suo posto, basta avere le risposte giuste.

Non mi avevi detto la verità, papà. La vita non è mai così. Tu lo sapevi, vero? E forse proprio per questo compravi quella rivista, quella "con più di duemila tentativi di imitazione", tutti destinati a fallire, ora lo so anch'io.

Chissà, papà, a quante definizioni hai saputo rispondere. Chissà quali erano le tue domande di uomo: non le ho mai sapute, purtroppo non ho fatto in tempo.


Mi piacerebbe telefonarti per farti gli auguri di compleanno. Per dirti la frase che ti dicevo sempre: "allora, stavolta quanti ne compi?", e sentire la tua risposta di sempre: "18". "Sì, per gamba!".

E darti quei regali inutili, scelti distrattamente, senza mai interrogarmi veramente sui tuoi gusti, quella cravatta che non hai mai messo, quella pipa che non hai mai fumato, quell'agenda… che non hai mai aperto.

Mi piacerebbe giocare un po' con te.

Scendere in quel piazzaletto nascosto dai castagni che sappiamo io e te, e tirare due calci al pallone. Vederti con quelle tue gambe un po' troppo magre e quella pancetta rotonda… correre… dietro le traiettorie sbilenche di un "SuperTele" sgonfio, tu più bambino di me.

Giocare a tennis sul prato, come quando mi hai insegnato, con quelle racchette di legno e quella pallina spelacchiata, tra rimbalzi impossibili e sudate gigantesche. C'era Panatta che ero io, e McEnroe che eri tu, tutti e due in attesa… di mangiare le fettine panate di mamma, seduti al tavolino da picnic, quello verde, "Lo sai che non lo trovo più?".

Mi piacerebbe parlarti, papà, e raccontarti che sono padre anch'io. Che c'è un bambino che adesso mi chiama papà, come io chiamavo te.

Oddìo, veramente chiama più mamma…

Ma sentissi come lo dice bene, "papà". Poi ride e gli viene la fossetta nelle guance.

Lui sembra me… che sembro te.

Chissà se un giorno lui dirà a me quello che ora io sto dicendo a te. Beh… spero non così presto, eh?

Vorrei tenerti ancora la mano, come quando andavamo al cinema… io e te, a vedere "Anche gli angeli mangiano fagioli" oppure "Lo chiamavano Trinità", e siccome era una cosa "da uomini" a mamma dicevi "andiamo dal dottore"… e mamma faceva finta di crederci.
Ma lo sai che avevi ragione, papà: per me era come una medicina miracolosa, aveva il potere di guarirmi da qualunque ansia. Io… e il mio papà… a vedere i film di cazzotti. Eravamo invincibili.
 

Ora, quando rivedo quei film in TV, rivedo solo te, e quei pugni sono carezze.
Vorrei tenere ancora la mano nella tua come tutte le volte in cui l'ho tenuta… tranne una.
Quella volta lì che non c'era da andare insieme al cinema, che non c'era da tuffarsi insieme nel mare e nemmeno da attraversare insieme la strada.

O forse sì… C'era da attraversare una strada… ma quella strada l'hai attraversata da solo…
Io sono rimasto al di qua… a salutarti…
Ciao papà.

martedì 17 maggio 2011

Sul fiume a primavera



Il fiume di sera
è immobile e liscio;
i colori di maggio
si aprono tutti;
un'onda improvvisa
si porta via la luna;
e l'acqua di marea
arriva col suo carico di stelle.



(Yang-ti)