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mercoledì 5 ottobre 2011

GIOCO YOGA 2011/2012


LA NOSTRA ASSOCIAZIONE E' FELICE DI RIPRENDERE IL CONSUETO APPUNTAMENTO SETTIMANALE DEDICATO AI NOSTRI BIMBI IN COMPAGNIA DELLA ZIA ORNELLA.
GIOCO YOGA, UN'ORA ALLA SETTIMANA DEDICATO ALLA CONOSCENZA DI SE ED ALLO STARE IN GRUPPO.

PASSATE PAROLA
VI ASPETTIAMO NUMEROSI!




sabato 1 ottobre 2011

MEDITARE




Cosa significa meditare?
È difficile dare una risposta a quella che potrebbe sembrare una domanda piuttosto semplice. Si potrebbe anzi dire che il buon meditante, più pratica e maggiormente si rende consapevole di quanto l’essenza della meditazione stessa sia sfuggente, inafferrabile, indefinibile.
Possiamo tuttavia dire che la meditazione è uno stato di puro essere, di chiara consapevolezza, di attenzione osservante: uno stato originariamente naturale, ma per il quale è necessario un lavoro su di sé. Si ritorna alla condizione normale del corpo e della mente: uno stato di unità, precedente a qualsiasi dualità. Attraverso una serie di esercizi di indagine della propria meccanica fisica e mentale (dalle sensazioni e dai pensieri più grossolani a quelli più sottili), si è pienamente presenti, consapevoli, qui ed ora: si realizza la pienezza della pura attenzione.
La meditazione è attenzione: non si tratta di cosa stai facendo, ma di come lo fai.
La meditazione è la tua natura: non è un risultato – è una condizione reale. Non deve essere raggiunta, deve solo essere riconosciuta. È la tua essenza: non puoi averla e non puoi non averla. Non può essere posseduta, non è una cosa.
La meditazione è osservazione: non fare niente, non ripetere dei mantra, non ripetere il nome di dio – semplicemente osserva la tua mente. Non disturbarla, non ostacolarla, non reprimerla.
La meditazione non è un credo, non è un dogma, non è un culto, non è una religione, non è una morale, non è un giudizio: è un’esperienza evidente in se stessa.
La meditazione è non-fuggire: è rilassarsi ed essere nel momento, nel presente. È permanere nel qui e ora.
La meditazione è chiarezza di visione. È uno stato di pienezza, di vuoto e di unità.
La meditazione è l’arte della consapevolezza: è una resurrezione dalla cecità di ciò che è, è essere presenti.
La meditazione non è una tecnica, non è un pensiero particolare, non è uno sforzonon è concentrazione: è comprensione ed equilibrio, è equanimità e silenzio, è ascolto e stabilità.
La meditazione non è staccare la spina: è lo stato naturale della mente, la sua semplicità, è il lasciare andare la presa, la quiete originaria.
Meditare è addestrarsi in ciò che è stato chiamato ‘il miracolo della presenza mentale’: si scopre che quella che ritenevamo all’inizio una pratica circoscritta in tempi e luoghi prestabiliti (la palestra, la nostra camera, ad esempio) diventa via via una macchia d’olio che si espande sempre più, in grado di mutare radicalmente il nostro stare nel mondo, il nostro vivere la vita. Meditare non significa rifugiarsi nel proprio paradiso mentale, bensì avere un contatto semplice e diretto con la realtà (interiore - noi stessi - ed esteriore), liberi dagli innumerevoli filtri che si interpongono tra la mente e il vero. Meditare vuol dire fare piazza pulita delle innumerevoli teorie psicologiche, filosofiche, affascinanti quanto pretestuose, fare piazza pulita di parole e spiegazioni, e volgersi verso il Sé, la propria natura, in direzione di una conoscenza non più meramente intellettuale, bensì autentica e diretta.

venerdì 30 settembre 2011

Tratto da: Lo zen e il tiro con l'arco di Eugen Herrigel





 
Abbiamo semplicemente letto una pagina dal famoso romanzo-saggio di Eugen Herrigel. Qui Herrigel parla della concentrazione sulla respirazione e della fastidiosa situazione nella quale, cercando di fare silenzio interiore, centrati sul nostro respiro, affiorano mille pensieri, stati d'animo, sensazioni, elementi disturbanti per la pratica. Ma...

"[...] Se, continuando a respirare tranquillamente, si accoglie con serenità ciò che si presenta, ci si abitua ad assistervi da semplici spettatori, sino a che si è finalmente stanchi dello spettacolo. Così si giunge gradatamente a uno stato d'abbandono che somiglia a quel dormiveglia che precede il sonno.
Scivolarvi definitivamente è il pericolo che bisogna evitare. Lo si affronta con un particolare scatto della concentrazione, paragonabile al riscuotersi di uno che, sfinito da una notte di veglia, sa che dalla vigilanza di tutti i suoi sensi dipende la sua vita; e se tale scatto è riuscito anche una volta sola, si riuscirà sicuramente a ripeterlo. Per esso l'anima, come da sola, si ritrova quasi a librare entro se stessa, una condizione che, capace di crescere d'intensità, si solleva addirittura a quel senso d'incredibile leggerezza, sperimentato solo in rari sogni, e di felice certezza di poter destare energie rivolte in ogni direzione e di saperle accrescere o sciogliere a ogni livello.
Questo stato, in cui non si pensa, non ci si propone, non si persegue, non si desidera né si attende più nulla di definito, che non tende verso nessuna particolare direzione ma che per la sua forza indivisa sa di essere capace del possibile come dell'impossibile - questo stato interamente libero da intenzioni, dall'Io, il Maestro lo chiama propriamente «spirituale». È infatti saturo di vigilanza spirituale e perciò viene anche chiamato «vera presenza dello spirito». Con questo s'intende che lo spirito è presente dappertutto perché non si appende a nessun luogo particolare. E può restare presente perché anche quando si rivolge a questo o a quello non vi si attaccherà con la riflessione e non perderà così la sua originaria mobilità. Simile all'acqua che riempie uno stagno ma è sempre pronta a defluirne, lo spirito può ogni volta agire con la sua inesauribile forza, perché è libero, e aprirsi a tutto perché è vuoto. Tale condizione è veramente una condizione originaria e il suo emblema, un cerchio vuoto, non è muto per colui che vi sta dentro.
È perciò con questa presenza e piena potenza del suo spirito non turbato da intenzioni, e fossero le più nascoste, che l'uomo che si è svincolato da tutti i legami deve esercitare qualsiasi arte”.

lunedì 23 maggio 2011

LA MEDITAZIONE DEL CALMO DIMORARE



  La pratica del calmo dimorare è il primo dei due stadi di meditazione di shamata e vipassana. Si tende ad accentuare l’importanza di vipassana (“l’osservazione profonda”) che può portarci a grandi intuizioni e liberarci dalla sofferenza e dalle afflizioni. La pratica di shamata (“il fermarsi”) però è di importanza fondamentale: se non ci sappiamo fermare non possiamo avere alcuna comprensione risvegliata. Shamata ha quattro funzioni: fermarsi - fermare i pensieri, le abitudini, la tendenza a dimenticare, le emozioni forti che ci condizionano; calmarsi – imparare l’arte di inspirare ed espirare, fermare le nostre attività e calmare le nostre emozioni; riposare– praticare in modo da lasciare andare ogni tensione nel corpo, nelle emozioni e nella coscienza; guarire –innaffiare i semi della calma, della pace e della gioia in noi e fuori di noi. Sessioni di meditazione si alternano a sessioni di asana, le posture classiche dello yoga, che risvegliano i sottili canali energetici del corpo e preparano la mente alla meditazione.
Praticare la meditazione, non significa tentare di vedere colori o forme o cercare di modellare un’esperienza o un’altra.
La meditazione, dal punto di vista del Mahamudra, significa sgomberare, liberare la mente da tutte le forme di attaccamento, di appiglio, di volere, di caratterizzazione delle cose.
Non si tratta tanto di far qualcosa, quanto di disfare i legami e le catene che imprigionano la mente. Abbandonando l’attaccamento alle cose come se fossero dotate di realtà inerente, si rilascerà la presa mentale nei confronti di queste cose e la volontà che vi è connessa, sicché l’apparenza si troverà ad essere libera da sé.
Spesso si crede che meditare significhi imporre uno stato di vuoto alla mente, uno stato senza pensiero né movimento mentale: quest’idea è sbagliata, perché se la meditazione fosse uno stato senza pensiero, questo tavolo davanti a noi starebbe meditando!
La meditazione non ha nulla a che vedere con il fatto di creare un vuoto volontario nella mente: meditare non significa bloccare il movimento dei pensieri, ma restare in uno stato in cui questi pensieri non fanno presa.
Se non ci fossero pensieri o movimento concettuale nella mente, chi mediterebbe?
La meditazione consiste dunque semplicemente nel riconoscere ciò che ci lega all’apparenza, alla manifestazione esterna, e rilasciare la stretta delle fissazioni mentali. Significa operare una distensione rispetto all’abituale condizionamento, e lasciare che questa distensione crei il suo effetto: gli oggetti su cui la mente si fissa cadono da sé, i nodi si disfano da soli.
Meditare significa disfarsi di quella corazza che ci siamo forgiati, degli abiti superflui che portiamo; allora, abbandoniamo una ad una le vesti concettuali, per rimanere nella nudità primordiale.
In questa distensione si prova lo stato fondamentale della mente come luce, come coscienza conoscente, come lucidità viva.
Questa chiarezza della mente è definita come coscienza istantanea, immediata, uno stato esente da elaborazioni mentali o reificazione. Semplicemente, dobbiamo restare nel godimento di questo stato, lasciando la mente nella sua dimensione propria, senza caratterizzare o giudicare alcunché, senza neppur concepire la nozione di meditazione.